Alla riscoperta dell'Italia

         Sebbene io abbia sempre trattato l'Italia con particolare riguardo, questa, alla fine, non era che uno degli 80 paesi che dovevo seguire sia per i lettori che per gli inserzionisti pubblicitari di Television/Radio Age  prima, e di Video Age poi. Televisivamente parlando, negli anni '78-'85, l'Italia attraversava un periodo rinascimentale, con i privati, la tv a pagamento, le numerose stazioni tv locali, le syndacation, il Mifed come mercato internazionale chiave, il festival radiotelevisivo Prix Italia osannato, la Mostra del Cinema di Venezia considerato un pellegrinaggio e la Rai che dominava con programmi venduti in America: Marco Polo, Gesu' di Nazaret, Cristofero Colombo, Gli ultimi giorni di Pompei, Mussolini  e, prima ancora, Leonardo da Vinci.
           
Renato Pachetti, presidente di Rai Corp, una consociata Rai con sede a New York, era il co-fondatore e presidente dell'International Council (per gli Emmy) e aveva varato programmi radio-televisivi per gli italiani nelle Americhe.
                La tv privata aveva aiutato a fare dell'Italia il secondo mercato televisivo del mondo, dopo quello statunitense. Si può anche affermare che la tv privata in Europa sia nata in Italia e poi si sia estesa su tutto il continente. Questo perché, seppur la Gran Bretagna avesse già un sistema radiotelevisivo privato, questo era talmente regolamentato e ristretto da venir definito un sistema semi-statale concesso a pochi privilegiati come un modo per "stampare soldi".
           
Ai primi degli anni '80, l'Italia, definita da Le Monde  "il laboratorio d'Europa", era al centro dell'attenzione mondiale
e io con lei. Più che per contribuire allo sviluppo della tv in Italia, per far capire meglio agli americani come meglio conquistare il mercato italiano.
           
Spiegavo, ad esempio, come "in Italia l'ordine paralizzi tutto".
               Deridere "mamma Rai" era un'abitudine dei giornalisti in America, un pò per appoggiare la nascente tv privata, un pò per punire la Rai dalle sue colpe passate.
           
Nel 1981 m'intrattenevo in conversazioni telefoniche con Silvio Berlusconi per parlare delle campagne pubblicitarie per Canale 5 su Video Age. Ricordo i rimproveri del compianto Michele Franci, allora presidente della Fiera di Milano e inventore del mercato dell'audiovisivo: "Per me sei come un figlio, perché scrivi male del Mifed?" Era entusiasmante visitare Edilio Rusconi ad Italia 1, Mario Formenton a Rete 4 e Berlusconi a via Rovani. E che dire del maestro Giuliano Re di TV Port, di Marialina Marcucci, di Costantino Federico, di Mariano Volani, all'epoca di Domovideo (pioniere dell'home video)?
           
Arrivano i primi anni '90 e l'industria televisiva italiana é allo sfacelo. Il duopolio é ben solidificato; le tv locali non sono più decollate; il Mifed ha perso terreno contro il Mip e il Mipcom di Cannes; il Prix Italia è lo scheletro di ciò che era; Berlusconi perde La Cinq in Francia; l'Italia smette di vendere programmi televisivi e cinematografici all'estero; il Festival di Venezia è più disorganizzato che mai.
           
Bastava sfogliare una qualsiasi rivista internazionale di cinema o televisione per rendersi conto come la completa assenza delle società italiane indicasse che l'industria audiovisiva in Italia non esisteva più. In questo periodo, nel 1993, inizio a scrivere editoriali sia nei quotidiani durante le fiere, sia sui mensili, sul degrado in cui versa l'industria televisiva italiana. "Come si fa a giustificare uno schermo usato per vendere calzamaglie?" scrivo su VideoAge nel settembre 1993.
           
Analizzando accuratamente i problemi italiani e confrontandoli con sistemi più evoluti e maturi creatisi in Usa, Canada, Australia e Gran Bretagna, riuscii ad individuare cinque punti che, se adottati a livello nazionale, in Italia avrebbero risolto buona parte dei problemi.
           
In quel periodo incominciai a dibattere alcune proposte di riforma presentate negli editoriali di Video Age con esperti e giornalisti italiani. Cominciai con un piccolo gruppo  di giornalisti tecnici, poi mi estesi a quelli che scrivevano di televisione per quotidiani e riviste. Durante tutto il 1993, queste riunioni che organizzavo al ristorante "I Quattro Mori" a Milano e all'osteria Sant'Anna a Roma, prendono forma di tavole rotonde con la presenza di tutta la stampa italiana: Il Sole 24 Ore (Marco Mele), Corriere della Sera  (Paolo Calcagno), la Republica (Glauco Benigni), l'Espresso (Massimo Mucchetti) il Mondo (Niccolo' D'Aquino), Il secolo XIX  (Enza Gentili), l'Ansa (Alessandra Magliaro); gli esperti di televisione e comunicazione (Jim Hansen, Silvio Sircana), gli esperti di pubblicità (Giuliano Re), politici (Vincenzo Vita) e la stampa specializzata: Millecanali (Mauro Roffi ed Emanuele Bruno), Media Production (Edoardo Fleischner), Pubblicita' Italia (Slavatore Sagone), Media Forum (Enrico Robbiati) e Monitor (Enrico Callerio).
           
In principio facevo molto affidamento sulla Sinistra in quanto pensavo che questa fosse la più interessata a far sviluppare un'industria audiovisiva a livello internazionale. Naturalmente, la Destra non poteva essere ignorata e, quindi, andava assicurata che le riforme proposte non le avrebbero tolto nulla.