La
Posillipo d'Abruzzo
Giulianova, un centro balneare abruzzese bello ma poco conosciuto,
dove sono nato e cresciuto, é sempre stata "Rossa" durante i vari
governi Dc italiani.
Una nota su Giulianova,
poi chiamata la Posillipo d'Abruzzo. Questa cittadina é poco conosciuta anche dagli
abruzzesi. Invitato come "abruzzese dell'anno" (un riconoscimento da
parte della Federazione degli Abruzzesi in America) ad un raduno in Canada degli
Abruzzesi nel mondo, questi non sapevano dove si trovasse. Inoltre gli abitanti
di Giulianova sanno rendersi invisibili, infatti non si chiamano giulianovesi
con la logica delle altre città, bensì "giuliesi".
Mia moglie, veneziana, pensa che Giulianova giri al di fuori dell'orbita
terrestre. Io dico semplicemente che é "un'isola" dentro l'Italia. Ciò
non toglie però che entrambi consideriamo Giulianova come il posto più
vivibile che abbiamo conosciuto: sfoggia una bellissima spiaggia, dolci colline
e, a poche decine di chilometri, il Gran Sasso, visibile dal porto. C'é anche
la città storica (Castrum Novum) nella parte alta e, cosa più importante,
un'amatissima squadra di calcio. Giulianova é spesso la dannazione
dei giocatori del Totocalcio quando questa squadra sconosciuta appare nella
schedina.
La caratteristica principale di Giulianova è l'apatia. Infatti
l'espressione più comune del posto é: "Ma chi te lo fa fà!", con
cui si giustifica qualsiasi disimpegno, disinteresse e mancanza d'ambizione.
Questo motivo, abbinato alla caratteristica avversione dei comunisti alla
speculazione edilizia o industriale, ha fatto sì che le infrastrutture del
paese rimanessero adeguate ai bisogni della comunità. A ciò si aggiunga la
completa mancanza di desiderio dei giuliesi di vedere nuovi posti ed il loro
ossessivo campanilismo. Un amico giornalista mi ha confessato che il motivo per
cui non è andato a lavorare altrove è che gli sarebbe mancata la passeggiata
quotidiana al porto.
A mio padre piaceva ricordare quando sulla via Nazionale passava il Giro
d'Italia (io ricordo anche la Mille Miglia) ed eravamo in pochi a vederlo. Mia
zia Ada si é sempre lamentata che per formare il coro per le canzoni
folcloristiche bisognava "importare" talenti dai paesi limitrofi. Cosa
per lei scandalosa se si pensa che il dialetto giuliese si distingue persino da
quello della vicina Teramo.
Seppur raggiungibile in poco tempo da Roma, Giulianova è invece stata
sempre "spiritualmente" vicina a Milano, dove c'é anche una via
Giulianova. Era anche naturale che molti giuliesi, io e mio fratello inclusi,
tifassimo per il Milan.
Ricordo che, ad ogni vittoria elettorale, in tutto il paese sventolavano
bandiere russe, secondo me; comuniste per loro. Non credo di aver mai visto
issata a Giulianova una bandiera italiana, per paura di essere chiamati
fascisti.
La prima volta che ho sentito l'inno nazionale regolare è stato nel 1968
in America, durante le tante feste italo-americane o dai programmi radio
italiani.
Per me l'Internazionale era
come l'inno ufficiale italiano. Al campo sportivo dove, all'età di 15 anni, ero
diventato il primo DJ e annunciatore, solamente le canzoni di Gianni Morandi
erano "politically correct." Comunque, in seguito, l'Internazionale mi salvò dai pedinamenti del KGB quando per conto
di una rivista americana, andai in Russia nel 1978. Canticchiare l'Internazionale
per strada assieme alla traduttrice russa Tania Kashintsewa (un pò brilli)
assicurò al KGB che fossi affidabile, pertanto libero di fare più o meno ciò
che volevo. Cosa che non sono mai riuscito a fare con i comunisti italiani. Sono
stato anche accettato dai comunisti dell'ex Jugoslavia. Infatti il 5 maggio 1980
fui chiamato dal consolato jugoslavo di New York per firmare il libro di
condoglianze per la morte del presidente Tito.
Il problema, penso, era una questione di stile. I giovani comunisti di
Giulianova si potevano permettere di affittare il campo da tennis durante le ore
serali. Il mio gruppo, invece, si poteva permettere solamente gli orari più
caldi e afosi della giornata.
Non era bello vedere questi comunisti passarci vicino con le loro
motociclette mentre noi ci dividevamo una birra per evitare la disidratazione e
loro andavano al circolo nautico per la regata.
Stessa cosa d'inverno. Loro andavano a sciare sulle Dolomiti, noi al Gran
Sasso, con la comitiva organizzata da Don Ennio.
Un'altra opportunità era quella
di andare a fare escursioni con il Club Topolino, di cui sono stato membro sino
dal 1962, ma non era divertente senza gli
amici.
A Giulianova c'era poco contatto
sociale con la sinistra d'elite, i cosiddetti radical chic: ci si vedeva in chiesa, magari tra il gruppo che
serviva la messa (Giulianova era rigorosamente comunista cattolica osservante).
Tutto lì. A dire il vero, nelle comitive parrocchiali c'era anche separazione
tra noi "indipendenti" e i membri dell'Azione Cattolica che, molte
volte, facevano catenaccio per non farci usare il tavolo ping-pong del Circolo.
Comunque, i comunisti erano quelli che si potevano permettere di
partecipare alle grandi dimostrazioni e proteste fuori paese, pagando i costi di
trasporto e alloggio. Anche se mi fosse piaciuto protestare, dopo la scuola
dovevo subito andare a lavorare in un laboratorio di riparazioni tv.
In altre parole, non avevo i mezzi finanziari, né il tempo a
disposizione per fare il comunista. In mezzo a tutto ciò si mise pure la
malattia di mio padre (morbo di Crohn) che lo costringeva a ricoverarsi in
ospedale ogni qualvolta che era sotto stress e io dovevo cambiare scuola.
Considerando che l'uomo (unico maschio, viziato da sei sorelle) doveva chiamare
l'imbianchino per appendere un quadro al muro, era normale che ritornasse in
ospedale dopo aver insistito per dirigere i lavori dei motopescherecci.
Pertanto, durante una di queste ricadute, dovetti lasciare la scuola di
elettronica di Ascoli Piceno per ritornare a quella di elettrotecnica di
Giulianova.
La famiglia di mio padre, i Mará e Serafini, che a Giulianova operano
sia nella pesca che nel mercato ittico, ha coperto l'arco comunista-centro
sinistra. La famiglia di mia madre, i Cichetti e i Rossi (quest'ultimi di
Teramo), che a Giulianova controllava il mercato delle bevande e della
ristorazione, andava dal centro-destra al fascismo. Naturalmente tra le famiglie
vi era tanto contrasto al punto che, durante la rituale visita a zia Ester per
le ricette natalizie e pasquali, si organizzavano turni per non incontrarsi. Zia
Ester (una Rossi), zitella per scelta, oltre che a farmi da balia prima, tutrice
dopo e, in seguito, adviser, manteneva
i canali di comunicazione tra le famiglie a mò di ambasciata.
Forse a zia Ester va il merito di avermi insegnato a mantenere un buon
equilibrio politico e il senso pratico delle cose.
Per alcuni anni dai primi del
'900 alla Seconda Guerra Mondiale, il bar e ristorante di mio nonno erano gli
unici del Lido.
Per farsi accettare dai
giuliesi,
il nonno teramano organizzava tornei di scherma nel suo locale e, d'estate
apriva il bar in spiaggia (ancora oggi i giuliesi non scrivono mai che
Giulianova é in provincia di Teramo). Essendo un accentratore, il nonno non
permise ai suoi tre figli di coinvolgersi negli affari, pertanto al suo ictus,
nel 1948, zia Ester fu incapace di gestire l'esercizio e vendette la licenza per
ripagare gli investimenti di ristrutturazione che ammontavano a oltre 700.000
lire di allora.
A 15 anni incominciai a scrivere prima per piccole riviste tecniche (come
cq elettronica di Bologna), in seguito
per le edizioni Jce. In pratica in laboratorio annotavo tutti i problemi tecnici
più complessi per scriverci un articolo.
Però anch'io avevo un cuore da ribelle, seppur moderato dalle
circostanze (come piace ricordare, non essere di sinistra da giovani significa
non avere cuore). Allora mi limitavo a contestare gli insegnanti, che pensavano
fossi maoista. Protestavo anche con il prete che insegnava religione
all'Istituto Tecnico di Ascoli Piceno (che ho frequentato per sei mesi prima di
ritornare a scuola a Giulianova) che insisteva nel prendere la Bibbia alla
lettera. Un'altra forma di protesta consisteva nel rifiutarmi di entrare in
classe, cosa che veniva subito risolta dal preside in modo piuttosto manesco.
Nel 1968, dopo l'esame di Stato, partii per l'America per studiare quella
tv a colori che i politici italiani non volevano. Quindi, dopo essermi beccato
la primavera calda in Europa, andai a surriscaldarmi con l'autunno di fuoco
dell' America.
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