Quando l'ideologia va contro i
nostri interessi
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venerdì 20 maggio 2005
di Dom Serafini
Quando tempo ancora manca a noi italiani all'estero per arrivare al
post-ideologismo? In altre parole, quanto tempo manca affinché una
convinzione di stampo "conservatore" ed una di carattere
"liberale" possano essere sostituite dal buon senso?
Perché, mentre i partiti in Italia vanno tutti
alla ricerca del "middle-ground", del voto
"indeciso" e del "swing vote", molti
connazionali residenti all'estero sono ancora arroccati su posizioni
strettamente ideologiche anche se, a livello pratico, queste vanno
contro gli interessi della comunità?
Una persona di "destra" potrebbe essere
a favore del taglio delle tasse in Italia, ma non teme un taglio dei
servizi consolari all'estero. Ad una di "sinistra"
potrebbe far piacere che i servizi sanitari per i residenti
all'estero che tornano in Italia siano meno accessibili, fino a
quanto non deve affrontare questa esperienza.
Il "localismo" della Lega potrebbe
attirare qualcuno che vorrebbe le Regioni più autonome, ma questo
scoprirebbe presto di essere isolato all'estero.
Ecco pochi esempi per capire che l'ideologia non
risolve mai i problemi pratici, anzi complica la vita. Spesso la
politica, come sport e religione, aziona l'elemento emotivo che é
in noi ed é difficile da controllare: "Quel partito propone
molti programmi a mio vantaggio, ma é per la guerra in Iraq,
pertanto non lo voto". Oppure: "Questi politici
rappresentano i miei interessi, ma non li voto perché danno troppo
diritti ai gay".
In questi casi, per non spararsi sui piedi, ci si
dovrebbe sforzare affinché la componente emotiva sia equilibrata
dal lato pragmatico. Tutto ciò tenendo conto che, a volte, il
diritto del singolo deve essere subordinato prima all’interesse
dello Stato, poi a quello della comunità.
Queste constatazioni sono ora più pressanti che
mai in vista del voto dell'italiano all'estero. Per questo evento
storico ed unico nel mondo, tutti i cittadini italiani residenti
all'estero dovrebbero sfruttare l'occasione per imporre un nuovo
modo di far politica.
Dopotutto, non possiamo dire che "tutti i politici sono
uguali" e poi siamo noi a contribuire a farli diventare tutti
uguali, cioè a far loro rappresentare interessi che non sono quelli
della comunità.
Per noi all'estero, le due regole basilari
dovrebbero essere: valutiamo l'individuo e non andiamo contro i
nostri interessi. Il partito é sì importante, ma non deve essere
essenziale. Anzi, l'appartenenza ad un partito non dovrebbe essere
nemmeno materiale di dibattito. Per primo, infatti, non chiedo mai a
quale partito una persona sia associata. Secondo questa logica, se
la persona non fosse valida, rimarrebbe tale anche se facesse parte
di un partito "ideale." Non mi risulta che, se si avesse
bisogno di aiuto ci si rivolga al partito, bensì all’individuo
che ci rappresenta presso gli organi di Stato.
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