| La vita in America
Arrivai all'aeroporto JFK di New York in un caldo settembre del 1968. Non avevo ancora 19 anni. Andai ospite della zia materna Yole a Copiague, un piccolo villaggio a
Long Island che in principio si chiamava Villa Marconi, il nome originariamente dato dai numerosi residenti d'origine italiana.
Zia Yole era quella che mi faceva sognare l'America dall'età di sei anni, regalandomi soldatini di piombo di marines, crayon, Jack-in-the-box, costruzioni metalliche di Meccano e giubbotti di pelle. Un altro mio sogno era vivere a Milano, cosa indotta dal tifo per il Milan. A Milano ci si andava con la scuola per visitare la grande Fiera di primavera.
Comunque, anche a Copiague trovai che la situazione era identica a quella di
Giulianova: i giovani che protestavano contro la guerra in Vietnam erano quelli che viaggiavano in vetture decappottabili, si potevano permettere di comperare marijuana, avevano sempre soldi in tasca senza lavorare. Da parte mia, dovevo mantenermi scrivendo per le pubblicazioni Jce di Milano ($300 il mese) e lavorando in un laboratorio di riparazioni tv come capotecnico a $180 la settimana. Considerando che l'affitto mi costava settimanalmente $50, l'auto assorbiva tutto il resto, assieme a ció che davo a mia zia Yole per i pasti, ci rimaneva ben poco per gli svaghi. L'Università serale, l'Empire State College, da ente statale, mi costava ben poco, in più il diploma di Perito Industriale mi era stato generosamente valutato come due anni di college (18 esami).
Ricordo che riuscii a trovare qualcuno per dividere il costo per andare a Woodstock solamente il giorno dopo che il concerto era finito. Arrivati al villaggio a nord di New York City trovammo solamente montagne di rifiuti e un traffico enorme.
In seguito, la situazione cominciò a migliorare quando, nel 1971, avendo migliorato il mio inglese, potevo tradurre e vendere gli stessi articoli che inviavo a Onda Quadra e alla Jce (Selezione Radio Tv e Elettronica Oggi), a riviste americane come Videography , a una francese (Television et techniques televisuelles) e anche a una cinese di Taiwan (Radio World). Nel 1974 aiutai la Jce a creare Millecanali. la prima rivista del settore broadcast in Italia e, nel 1977, a lanciare la versione italiana dell'americana Consumer Electronics. A un certo punto, verso la metà del 1975, avevo accumulato otto impieghi, incluse tre stazioni radiofoniche (Wsuf, Wbab e Wlix), la tv cavo della Viacom di Islip, a Long Island, il reparto media di un istituto scolastico e la rubrica "Viewpoints" per il Moriches Bay Tide, un settimanale locale. Sempre nel 1975, la Jce pubblicò il mio primo libro sulla tv come inserto su Selezione radio tv: 100
anni di ricerche, 50 anni di sviluppi, 25 anni di mass media, il futuro della televisione e citavo la previsione che "In futuro sarà possibile bypassare i nostri occhi e orecchie facendo
dirigere le informazioni audiovisive direttamente al cervello". Il libro riportava anche l'intervista che avevo fatto a Vladmir Zworykin, il padre della televisione, prima che morisse. In seguito, nel 1976, intervistai anche Peter Goldmark, l'inventore del disco Lp e della tv a colori sequenziale (che non standardizzata dal governo Usa servì a trasmettere le prime immagini a colori della Luna). Non so come facessi, ma avevo anche tempo per i servizi comunitari, come curare la registrazione video della parata per la celebrazione del Bicentenario dell'America nel 1976. Quando, nei primi del 1978, presi la licenza di operatore radio della Fcc (l'Autorità delle telecomunicazioni Usa), potevo sostituire il personale tecnico e quindi guadagnare di più.
Sempre nel 1978, Television Radio Age, una delle riviste per cui collaboravo come free lance, mi chiese se
volevo dirigere l'inserto trimestrale internazionale, scrivere la rubrica "International Report" due volte al mese e curare gli inserti tecnologici. Anche se ciò per me significava un taglio alle entrate, accettai l'incarico di "International Editor" (direttore sezione internazionale), lasciando non solo tutte le
altre attività, ma anche l'univeristà serale (una laurea mai conseguita per sei esami mancanti) e l'insegnamento alla scuola serale del corso
"Television Electronics". In quel periodo, il mercato televisivo internazionale si stava appena
sviluppando, pertanto vi erano pochi collaboratori cui appoggiarmi.
Di conseguenza alla rivista dovevo fare quasi tutto, incluso l'uso del telex, cosa che avevo imparato quando di domenica andavo ad aiutare un parente, il giornalista Lino Manocchia a tradurre articoli dai quotidiani americani per inviarli in Italia. Aiutavo Manocchia anche a fare programmi per La Voce dell'America, allora trasmessa in Italia dalla Rai.
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